IL MORBILLO IN ITALIA FINO AL 1976: ERA COMUNE, NON INNOCUO
IL MORBILLO IN ITALIA FINO AL 1976: ERA COMUNE, NON INNOCUO
Fino al 1976, anno in cui il vaccino antimorbillo fu introdotto in Italia, il morbillo era una delle più comuni malattie dell’infanzia.
Le epidemie si ripresentavano ciclicamente, in genere ogni 2–3 anni, favorite dall’accumulo di nuovi bambini suscettibili. Negli anni Sessanta venivano notificati mediamente circa 74.000 casi all’anno, pari a circa 150 casi ogni 100.000 abitanti.
Si trattava, però, soltanto dei casi ufficialmente segnalati: quelli reali erano certamente molti di più. La sorveglianza epidemiologica dell’epoca non era capillare ed efficiente come quella attuale e molti bambini venivano assistiti a casa senza che il caso fosse registrato. Quasi tutti contraevano il morbillo entro l’adolescenza.
Durante le epidemie intere famiglie e classi scolastiche potevano essere coinvolte. I bambini ammalati rimanevano generalmente a casa e non esistevano antivirali specifici: si interveniva con riposo, idratazione e trattamento dei sintomi. Gli antibiotici erano utili esclusivamente in presenza di sovrainfezioni batteriche.
La maggior parte dei bambini guariva, ma l’enorme diffusione della malattia produceva inevitabilmente numerose complicanze:
otiti;
diarrea e disidratazione;
laringotracheite;
polmonite;
encefalite, con rischio di morte o danni neurologici permanenti;
panencefalite subacuta sclerosante, rara ma progressiva e fatale, che poteva comparire anche dopo diversi anni.
I DATI ITALIANI SULLA MORTALITÀ
Secondo le serie storiche dell’ISTAT, tra il 1950 e il 1970 morirono per morbillo 5.473 bambini sotto i 5 anni: mediamente oltre 250 decessi pediatrici ogni anno.
Anche questi numeri devono essere considerati approssimativi. Le statistiche ufficiali sulle cause di morte esistevano, ma non disponevano degli attuali strumenti diagnostici, informatici e di controllo. Inoltre, un bambino poteva morire per polmonite, encefalite o altra complicanza conseguente al morbillo senza che il morbillo fosse necessariamente registrato come causa iniziale del decesso.
È quindi possibile che una parte dei decessi non fossero messi in correlazione alla malattia. L’incertezza era ancora maggiore per il numero dei contagi, perché non esisteva un sistema di sorveglianza epidemiologica capillare e realmente funzionante come quello attuale.
È pertanto necessario distinguere:
la letalità, diminuita ;
l’incidenza, rimasta molto elevata;
le complicanze e i decessi, ridotti ma mai azzerati.
In Italia il vaccino contro il morbillo arrivò nel 1976 e fu raccomandato dal Ministero della Salute dal 1979. Inizialmente, però, le coperture vaccinali rimasero basse e le grandi epidemie continuarono ancora per molti anni.
Dire che “una volta tutti prendevano il morbillo” è quindi vero. Ma non significa che il morbillo fosse innocuo.
Significa semplicemente che, non essendoci ancora la vaccinazione, quasi tutti i bambini erano costretti a correre il rischio della malattia e delle sue complicanze.
Il miglioramento delle cure aveva ridotto il rischio di morire. La vaccinazione ha permesso di evitare la malattia e, di conseguenza, anche le sue complicanze e i suoi decessi.
Fonti: ISTAT – serie storiche sulla mortalità infantile; Istituto Superiore di Sanità – Epicentro.
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